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Principi di metodo

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Cascina Rossago non è un generico "bel" contenitore di disabilità, dove le persone con autismo sono "intrattenute". E' un luogo in cui si sta realizzando un particolare esperimento. Se l’obbiettivo generale è quello di creare le condizioni in cui persone autistiche adulte, anche gravi, possano esprimere la loro particolare umanità, raggiungere una buona qualità di vita e sviluppare il massimo possibile di socialità e relazionalità, tale obbiettivo è perseguito attraverso l’attivazione di un contesto di “abilitazione permanente”, che si avvale delle più recenti conoscenze sull'autismo e dell'integrazione degli aspetti migliori delle strategie di intervento e della riflessione che provengono da diverse tradizioni culturali.

Per sviluppare contesti abilitativi e di vita adatti all’autismo, è necessario ovviamente considerare ciò che la ricerca neuropsicologica sugli aspetti nucleari dell’autismo ci ha insegnato negli ultimi decenni; ed è necessario altresì far tesoro del patrimonio di esperienze e di tecniche che provengono dalla tradizione comportamentistica, cognitivo-comportamentale e degli interventi educativi. Ma le persone autistiche non sono dei cervelli rotti che secernono deficit comportamentali e cognitivi; sono comunque delle persone, portatrici di una soggettività, stentata forse, aurorale magari, ma per questo ancor più preziosa da considerare. Queste particolari forme di soggettività organizzano anch’esse dei mondi di esperienza, mondi particolari, che si tratta innanzitutto di cercare di comprendere. Le persone con autismo non sono “fortezze vuote”, come voleva l’abbaglio psicogenetista degli anni ’50-’60, ma debolezze piene”. E’ molto rozzo e inevitabilmente destinato all’insuccesso pensare che sia possibile costruire contesti abilitativi e di vita adatti all’autismo trattandolo solo sui suoi versanti più “esterni”, ignorando gli aspetti affettivi, della soggettività, delle motivazioni, gli aspetti personologici della “persona con autismo”. Non facendo tesoro, dunque, anche di ciò che di migliore proviene dalla tradizione dinamica; oppure ignorando tutto ciò che quella tradizione ha insegnato in termini di comprensione e governo delle dinamiche istituzionalie e collettive, delle atmosfere affettive di gruppo.


Le disabilità nucleari e i contesti adatti all'autismo

La letteratura scientifica degli ultimi decenni ha messo in luce, nelle persone autistiche, alcune disabilità nucleari (o meglio atipie evolutive), più o meno pesanti e più o meno gravi a seconda delle diversi “autismi” (l’autismo è un costrutto estremamente eterogeeo), disabilità che è necessario considerare: le persone autistiche hanno difficoltà originarie di “attunement” intersoggettivo, per esse il mondo interumano e ciò che vi accade non si sviluppa come una “evidenza naturale"; hanno spesso difficoltà a sviluppare in modo coerente e integrato la loro esperienza, a comprendere in maniera immediata le intenzioni altrui, ad organizzare in modo spontaneo sequenze intenzionali, a sviluppare “modelli anticipatori” che rendano prevedibile l’esperienza, talvolta ad empatizzare con gli stati mentali dell'interlocutore. In linguaggio tecnico: hanno problemi di intersoggettività primaria, di "coerenza centrale", di "funzioni esecutive", di "chaining intenzionale" (sia in esecuzione che in comprensione); hanno problemi nelle capacità imitative e di "teoria della mente".

I contesti per l'autismo devono tener conto di tutto ciò: devono essere in grado di introdurre coerenza, stabilità, comprensibilità, prevedibilità laddove queste non sono "naturalmente" evidenti. Questa è una delle ragioni per cui l'autismo richiede contesti molto diversi da quelli che caratterizzano normalmente la riabilitazione psichiatrica. E’ la ragione per cui è un grave errore trattare l’autismo mescolandolo con le psicosi o con i gravi disturbi di personalità. Ed è la ragione anche per la quale l’autismo è una condizione limite delle normali strategie della riabilitazione psicosociale e per cui la generica immissione nella socialità nel caso dell'autismo di per sè non è affatto utile, anzi spesso dannosa: l'"inclusione" va governata tecnicamente, e della socialità vanno in continuazione facilitate e costruite le condizioni. Ciò che per le persone non autistiche è naturalmente evidente, per le persone autistiche va "reso evidente" . E' non è mai evidente una volta per tutte. Questo è un lavoro interminabile.

Da questi principi nasce la necessità di contesti fortemente organizzati e con caratteristiche specifiche. Questa esigenza di organizzazione e di sostegno continuo a progettualità ed intenzionalità fragili è tradizionalmente riassunta nel concetto di "educazione strutturata permanente". A Cascina Rossago l'intera giornata è infatti scandita da una organizzazione di attività decisa e rivalutatata di settimana in settimana e monitorata quotidianamente nella riunione dello staff e nelle quotidiane supervisioni (vedi una giornata tipo). Ad essa si accompagna un costante monitoraggio dei comportamenti problemi e degli impasse, attraverso le tecniche tradizionali dell'analisi funzionale del comportamento.

Tuttavia, a partire dalle considerazioni precedenti, nel metodo e, ancor prima, nella filosofia di lavoro di Cascina Rossago sono ben presenti i rischi che un eccesso di strutturazione e l’uso meccanico di apprendimenti educativi serializzati possono comportare in termini di meccanizzazione, di potenziamento adattativo dell'ossessività autistica, di perdità di spontaneità, di alimentazione di sentimenti di passività e di inefficienza del sè.  L'educazione strutturata permanente, dunque, nella variante di Cascina Rossago, viene costantemente “temperata” con una considerazione e una cura costante delle soggettività e con il ruolo centrale riconosciuto alla motivazione e all’affettività nel sostenere intenzionalità fragili e disfunzionanti.

 
Cascina Rossago nasce dalla storia di un'amicizia...Stefania Ucelli direttrice di Cascina Rossago.Tv2000it